14 maggio 2011: festa grande al Due Palazzi

Carcere penale Due Palazzi di Padova, sabato 14 maggio. «È solo l’amore misericordioso di Dio che salva», dice nell’auditorium stracolmo e silenzioso il vescovo diocesano Antonio Mattiazzo. Che non si tratti di una formula standard lo testimoniano i tre candidati che stanno di fronte a lui. Uno, Ludovico, dovrà ricevere il sacramento della Cresima, il suo amico Umberto anche la Comunione, mentre Bledar, albanese 37enne di famiglia musulmana, tutti e tre i sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo compreso. Assieme a Franco e Alberto, che fanno da padrini (per la precisione c’è anche una madrina, Elide, che segue i catecumeni della diocesi) mettono insieme un bel po’ di anni di pena, qualcuno perfino l’ergastolo.

«I prediletti siete voi», li apostrofa il vescovo. E non è retorica. Neppure una frase pia di circostanza. Basta guardare Bledar in faccia. «È diventato un altro», dice la mamma, commossa e fiera di quel suo figliolo cristiano. Lui è raggiante: «Ringrazio Dio di avermi permesso di diventare un soldato di Cristo», dice salutando gli altri detenuti e gli amici che provengono da ogni angolo d’Italia. La grinta è rimasta quella, gli occhi sono diversi. Ha gioco facile sua eccellenza a ricordare che «Dio non ha barriere, entra ovunque, anche in carcere». La prova è lì di fronte ai suoi occhi: «L’ingresso nella chiesa cristiana di un neofita», spiega, «è un segno grande che ci interpella». Perché «può sembrare un paradosso, ma persone condannate a lunghe pene in carcere possono scoprirsi libere, mentre tanti fuori da queste mura sono schiavi di dipendenze da cui non riescono a liberarsi».

La liberazione nel carcere di Padova passa soprattutto dal lavoro. Festeggiati e padrini sono da anni coinvolti nelle attività lavorative del consorzio padovano Rebus, che attraverso le cooperative Giotto e Work crossing ha alle proprie dipendenze oltre un centinaio di detenuti nei laboratori di assemblaggio di biciclette, valigeria, bigiotteria, legatoria, realizzazione di pen-drive, call center, cucina e – la più famosa – pasticceria. Ma ci vuole anche chi sappia valorizzare questo patrimonio. Due sicuramente tra i presenti, e non da oggi. Sono il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Venezia Giovanni Maria Pavarin e il Procuratore Generale della Repubblica Pietro Calogero. Quest’ultimo celebre come azzeratore del terrorismo nero e rosso negli anni di piombo, forse meno come cultore di sant’Agostino. Prima della messa, Nicola Boscoletto, presidente del consorzio Rebus, legge alcune righe del procuratore da un poster che domina il corridoio principale del carcere. Si parla della giustizia secondo Agostino, della necessità di punire il delitto e salvare il delinquente, perché quello è opera dell’uomo, questo invece, il reo, è opera di Dio. Un concetto equo e non punitivo della pena, che arriva fino alla nostra carta costituzionale. E spesso si ferma lì.

A Padova invece qualche volta la pena diventa riscatto, rinascita. Lo testimonia l’atmosfera festosa del buffet dopo la messa. E anche il video che apre il pomeriggio di festa. È dedicato a due giovani amici, il cinese Andrea Wu, detenuto nel carcere di Padova per 9 anni e rientrato da uomo libero per l’occasione, e Andrej, di origini russe, che nella notte pasquale hanno ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana nella cattedrale di Padova. Poi è la volta dei regali, consegnati da parte di parte di parenti e amici ma anche – rosari e medaglie – direttamente dal magazzino privato del Santo Padre. Il papa conosce bene l’esperienza padovana di lavoro in carcere: l’anno scorso ha fatto acquistare i panettoni dei detenuti per i suoi regali natalizi. Scorrono poi le immagini delle tappe che hanno portato questo gruppo di carcerati e di operatori del consorzio dall’inizio degli anni Novanta fino ad appuntamenti importanti come il Meeting di Rimini 2008 oppure all’incontro con personalità della vita politica e sociale di tutto il mondo.

Il programma del pomeriggio ha ritmi serrati. È il turno degli ospiti d’onore: gli attori disabili delle cooperative “Solidarietà e Servizi” di Busto Arsizio, “Cura e Riabilitazione” di Milano e “L’Anaconda” di Varese che nei mesi scorsi hanno messo in scena una memorabile versione teatrale della Divina Commedia. Gli interpreti, nelle vesti di scena, coadiuvati dalla regista Luisa Oneto propongono alcuni brani dell’opera dantesca, sottolineati dagli applausi continui del pubblico. Ci pensa poi Franco Nembrini, docente di lettere bergamasco e grande esperto di Dante a spiegare in dieci minuti il legame tra le parole della Commedia e il carcere, a partire da una citazione dantesca – “fatti non foste a viver come bruti” – che campeggia pochi metri più in là, in un  locale adiacente. È poi il momento di festeggiare, con le canzoni di Jannacci cantate e accompagnate alla fisarmonica dal cabarettista Carlo Pastori e quelle di Mina interpretate con intensità da Raffaella Zago.

I detenuti di Padova però hanno ancora tanti altri amici, vecchi e nuovi. Alla prima delle due categorie appartiene Margherita Caruso, vedova del brigadiere Giuseppe Coletta perito a Nassirya, che racconta da cuore a cuore della sua esperienza di fede. «L’anno scorso ho vissuto un lungo periodo di difficoltà e oscurità», confessa. «Ma anche se non sentivo più Gesù, sapevo che lui c’era». E proprio il vivere questi momenti «aiuta a sentire cari e vicini coloro che non credono, che sono nel buio e fanno fatica». Altrettanto forti le parole di Carlo Castagna, che nella strage di Erba ha perso moglie, figlia e nipote. È la prima volta che viene al Due Palazzi, dopo mesi di corrispondenza epistolare. Per lui Olindo e Rosa, riconosciuti definitivamente autori della strage lo scorso 3 maggio dalla Cassazione, sono «le prime vittime», perché a volte, spiega Castagna, il cedimento al male è qualcosa di subdolo e insensibile. Le occasioni di bene però ci sono sempre, «ma sta a noi accoglierle». Prende poi la parola Gemma Calabresi, vedova del commissario di Polizia ucciso nel 1972, per raccontare il suo progressivo percorso di perdono. «Se uno apre le porte della sofferenza non si trova mai da solo, dobbiamo aiutarci a condividerla», è la sua testimonianza. Di se stessa dice di essere sulla strada del perdono. Perché anche Gesù sulla croce ha chiesto al Padre di perdonare, e questa è una risorsa per ognuno di noi, «perché così possiamo lasciare a Lui il perdono», e in questo modo «lui lascia a noi il tempo del cammino».

Non è l’ultima delle sorprese della giornata. Perché il filo di amicizia intessuto in questi anni dai detenuti del consorzio Rebus giunge fino in Uganda. Da Kampala arriva il video di Rose Busingye, animatrice del Meeting Point International che si occupa della cura dei malati di Aids e dei loro orfani, nonché dell’assistenza ai giovani. Rose nel carcere di Padova c’è già stata e ha incontrato i detenuti anche al Meeting. A loro è dedicato un videomessaggio del tutto particolare, con i ragazzi del Meeting Point che si producono in uno strabiliante coro alpino polifonico sulle note de “La Montanara”. Ma soprattutto commuovono le foto e i video dei sette bambini adottati a distanza dai detenuti del Due Palazzi, ognuno dei quali al nome di battesimo ha aggiunto – come secondo nome – il cognome del detenuto che l’ha adottato a distanza. Una vita nuova, quella nata in carcere, capace di dare frutti a migliaia di chilometri di distanza.

Certo poca cosa rispetto alla sterminata necessità in cui versano le nostre e non solo nostre carceri, un piccolissimo esempio nei numeri ma grandissimo nella speranza che porta come possibilità per tutti e non solo per i carcerati.

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